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Il pozzo del sole

Nel quartiere del ''Sole'' esiste un pozzo di cui si hanno notizie nei testi dei principali storici: A. Boccia e L. Molossi. Dalle descrizioni si deduce che é ubicato in una piazzetta del quartiere. La canna del pozzo misura 111 braccia dal pelo dell'acqua (1 braccio = 0.6 metri), la profondità dell'acqua non é mai stata misurata. Per quanto si estraesse acqua il livello non era mai soggetto a variazioni. Accostando l'orecchio alla bocca del pozzo si sentiva un rumore simile a quello di un torrente. Bisognava inoltre attingere con attenzione poichè la corrente tendeva a trascinare i recipienti; questo fa si presumere la presenza di un fiume sotterraneo.


La Torretta

Da fonti ottoncentesche apprendiamo che cento tese (1 tesa =1.7 m) a SUD-OVEST del paese su un poggio in posizione dominante su tutte le vie di accesso, vi era un antica torre quadrata che serviva da vedetta con mura di cinque braccia di larghezza (circa 3 metri). Oggi nel luogo sono ricoscibili solo pochi ruderi.


Le ''Case Arse''

La località si raggiunge partendo da dove era ubicato il convento dei Riformati oltre il ponte sull'Arda. Sembra che in questo luogo sorgesse un agglomerato abitativo, ciò parrebbe confermato dalle continue scoperte fatte nei secoli passati di fondamenta di case e di sepolcri con scheletri coperti di lastre di pietra .


La fonte di Rio Orzo

Nei tempi passati l'acqua della fonte del Rio Orzo, situata ai limiti del centro abitato, veniva utilizzata per scopi curativi dato l'alto contenuto di magnesio considerato rinfrescante.


I monti Santi

Le montagne sulla sponda destra dell'Arda portano il nome di due famosi monti della terra santa: il monte Tabor ed il monte Oliveto che si unisce poi al monte di S.Bartolomeo. Pare che un frate francescano dei Minori Osservanti tornato dalla Palestina assicurasse gli abitanti del luogo sulla somiglianza con i monti della terra santa.


Gli ulivi della valle

Le cronache dei secoli scorsi tramandano che la costa destra dell'Arda era un tempo ricca di ulivi che vi prosperavano quasi spontanei e fornivano un olio eccellente. Negli anni successivi questa coltura é stata abbandonata e già nell'ottocento si hanno notizie di poche piante e piccoli boschi di ulivo di cui oggi rimangono rarissimi esemplari .


L'Oratorio del monte di S.Bartolomeo

Il monte più alto del comune è il S.Bartolomeo. Costituito da terra ocracea unita a ghiaia, che offre al naturalista interessanti forme di pietre silicee ed agate. La costa di questi monti è percorribile grazie ad una strada rurale che prosegue verso i monti di Vernasca. Vicino alla cima del monte si trovava un oratorio molto antico.


L'archivio scomparso

L'archivio della Coleggiata di Castell'Arquato era un tempo ricchissimo di pergamene e codici inerenti la storia e le vicende del borgo. Dalle notizie di alcuni scrittori si apprende che un canonico archivista trafugò diverse pergamene per venderle ad un libraio di Piacenza il quale se ne servì per rilegare i libri ''all'olalndese''. Chissà quante notizie sono anadate perdute per colpa di chi si era rivelato indegno del compito affidatogli.


I Mulini di Castell'Arquato

Nel passato erano presenti numerosi mulini, l'Arda ed i suoi rivi ne muovevano le ruote per ricavare farina ed olio. Tra quelli più importanti ricordiamo:
Il mulino della sforzesca con un salto d'acqua di 20 metri.
Il mulino di Caolzio distante poco più di due chilometri
Il mulino della Marsia accanto al convento dei Riformati sulla riva destra dell'Arda


Un dramma d'amore del '600

Le cronache del XVII secolo fanno cenno ad una torbida vicenda di sangue e di amore.
Anno 1620: la signoria è nelle mani del Cardinale Sforza, alle orecchie del quale giunge la notizia di una cospirazione ordita da un certo Sergio Montale e del suo servitore Arturo Galatti detto ''Spadone''. Immediatamente lo Sforza dispone l'arresto dei due e la conseguente condanna alla tortura e poi alla morte. Le suppliche dei famigliari non hanno effetto ed i due attendono l'esecuzione nelle segrete della Rocca custodite da Gaspare Dallavigna e dal suo aiutante Giacomo Manara. Il Dallavigna, uomo aspro e severo ha con sè la bellissima figlia Laura che si impietosisce della sorte di Sergio e se ne innamora. Nella notte del 15 aprile Laura, dopo aver sottratto le chiavi al padre, apre la porta della cella e fugge con i due condannati. Ma all'occhio bieco e vigile dell'aiutante del Dallavigna non sfugge l'azione, corre a svegliare il superiore e le uscite della Rocca vengono bloccate. ''Spadone'' ferma Dallavigna ed i tre possono fuggire. Approffitando dell'occasione il Manara, mette in atto un truce proposito, che covava da anni: spinge Dallavigna dal ponte levatoio uccidendolo. Udito l'urlo del padre, Laura si ferma e gli armigeri circondano i fuggitivi: solo ''Spadone'' riesce a fuggire. Il Podestà inizia subito il processo e nonostante le dichiarazioni di innocenza dei giovani li condanna alla fustigazione seguita dalla decapitazione. La sentenza viene eseguita il 20 Maggio 1620. ''Spadone'' non trova più pace e dopo sette anni di latitanza, la notte della vigilia di Natale si presenta davanti a Giacomo Manara e, vendicando l'amico Sergio, lo uccide costituendosi poi al Podestà. Lo Sforza informato scrive una lettera per sollecittare anche la sua condanna a morte ma il Podestà capisce la situazione e risponde al cardinale che il comune é povero, non ha i soldi per pagare gli impiegati e tantomeno per organizzare l'esecuzione, pertanto suggerisce a ''Sua Eccellenza'' di trasformare la pena in ergastolo. Il Cardinale accetta e ''Spadone'' non viene giustiziato.

La nostra ''Vandea''

Se tutti conoscono i moti controrivoluzionari vandeani, meno conosciuta è l'insurrezione del 1805 nelle nostre vallate contro gli occupanti francesi. Esasperati dal comportamento delle truppe francesi, ostili alla repubblica, guidati da esponenti della nobiltà e del clero i valliggiani si sollevarono. Un folto gruppo di insorti devastò gli uffici del locale Pretorio il 30 Dicembre, provocando la reazione del presidio che assieme a nuovi reparti francesi disarmò i ribelli parecchi dei quali furono fucilati nel cortile della Rocca, la rivolta fu repressa nel sangue.


L'assedio del 1316

La lotta mortale tra Galeazzo Visconti ed Alberto Scoto durava ormai da diversi anni. Il vecchio condottiero Guelfo si era impadronito di Piacenza e costituiva una minaccia troppo forte per la nascente signoria Viscontea.
Nel 1316 Alberto Scoto si era asserragliato nella rocca con i suoi armigeri e circa tremila contadini dei dintorni. Galeazzo strinse alleanze con alcuni signori dei dintorni ai quali pareva più pericolosa la signoria della Scoto, rispetto a quella milanese, e con una poderosa armata si presentò ai piedi della rocca. In aiurto delle truppe viscontee, composte in parte da temibili cavalieri tedeschi, accorse anche il marchese Corradino Malaspina con i ghibellini delle montagne che avevano dei conti in sospeso con lo Scoto. Vi furono numerosi assalti e la devastazione delle campagne fu terribile ma la resistenza fu lunga. Pressato da ogni parte, senza possibilità di aiuti esterni, lo Scoto si arrese ai Visconti che lo rinchiusero nel Castello Regale di Crema dove morì nel 1318.

Lady Hawke

A metà degli anni '80 Castell'Arquato fu una delle location italiane scelte per dare vita ad una pellicola cinematografica che ancora oggi è riproposta in televisione: Lady Hawke. Il paese, con la sua splendida piazza in particolare, divenne un grande set a cielo aperto, una parte della popolazione fu coinvolta svolgendo ruoli di comparse.



Il romantico film fantasy uscì nel 1985, con la regia di Richard Donner e la sceneggiatura di Eduard Kimara, Michael Thomas, Tom Mankiewicz, David Webb Peoples e la fotografia di Vittorio Storaro.
Fra i protagonisti: Rutger Hauer (Capitano Etienne Navarre), Michelle Pfeiffer (Isabeau d'Anjou), Mattew Broderick (Philippe Gaston), Leo McKern (Il monaco Imperius), John Wood (Il Vescovo di Aquila), Alfred Molina (Il cattivo Cezar).


La trama
In un borgo fortificato del Medio Evo francese, l'immaginaria città Aquila, ha la sua corte un vescovo-signore. Ma è un uomo di animo malvagio e corrotto, capace di ricorrere ad oscuri incantesimi: invaghitosi di Isabella d'Angiò, la fidanzata del capo delle guardie - Etienne Navarre - lanca sulla giovane e bella coppia la sua tremenda maledizione. Così Etienne è condannato ad andarsene ramingo ed ogni notte a trasformarsi in lupo nero, mentre la donna lo segue in delicate sembianze umane: ma sarà così solo di notte.
Anche la bella Isabeau, è vittima del malvagio vescovo: può essere donna solo al calar del sole, mentre di giorno non è che un elegante falco, che segue fedele il suo amato. Ad unirli sono l'imponente cavallo nero del capitano che li porta fedelmente in groppa e fugaci dolorosi momenti quando notte e giorno per un istante, all'alba e al calar del sole, si sfiorano prima di lasciare spazio alla luce o al buio completi.

Il film ripercorre i tentativi dei due protagonisti di spezzare il crudele maleficio, ad aiutarli, od ostacolarli, come ogni fiaba che si rispetti, una serie di personaggi: il simpatico e intraprendente Philippe il Topo, fuggito anch'egli dalle oscure prigioni del vescovo, e il monaco Imperius che troverà il modo di annullare l'arcano.

L'ambientazione medievale del film è stata senz'altro impreziosita anche dalla naturale scenografia di Castell'Arquato e dintorni. Del resto la fotografia di Storaro ha saputo prendere impagabili spunti dai paesaggi italiani.


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